L’economia della persona

autoreFrancesco Gesualdi
titoloRisorsa umana. L'economia della pietra scartata
editoreEdizioni San Paolo
anno2015
pp206
isbn9788821595219

Francesco Gesualdi, fondatore e anima del Centro Nuovo Modello di Sviluppo e capostipite toscano delle attuali forme di consumo responsabile, prende in esame in questo testo la società moderna in una prospettiva di cambiamento: una mutazione profonda, necessaria e ineluttabile, per cercare di sanare la frattura sempre più ampia tra i pochi detentori e le molte vittime del potere indotto dalla globalizzazione economica.

Per contribuire alla costruzione di un diverso homo œconomicus, l’autore sgombra il cammino sin dall’inizio da ogni prospettiva minimalista: pur nella citazione iniziale dal suo mentore don Milani, qui non si tratta di una politica del «piccolo impegno», ma di una prospettiva collettiva, rivoluzionaria nella sua ambizione a modifica profonda degli stili di vita, della percezione stessa dello spazio occupato dall’economia di mercato nelle nostre esistenze.

L’ideologia mercantile neoliberista ha avuto successo planetario attuando una separazione dell’individuo dalla società, generando bisogni materiali non sempre indispensabili, modellando il sistema economico prevalente sulla spinta delle proprie necessità e collocando su un secondo e lontano piano tutto quanto non sia monetizzabile. Ne è derivato uno status non dissimile da quella dimensione esemplificata dal bellum omnium contra omnes (ossia la condizione in cui Thomas Hobbes aveva collocato il genere umano, ancora prima dell’industrializzazione), rinovellato sotto le lenti deformanti del mercato che ha piegato al suo volere logiche e valori collettivi. Si pensi al rovesciamento subito dal lavoro, involuto da mezzo di emancipazione, di elevazione morale e di espressione personale, sino a divenire obiettivo da comprimere, concessione e nello stesso tempo strumento di controllo sociale.

In Risorsa umana: l’economia della pietra scartata, Gesualdi passa in rassegna con esempi illuminanti le tappe di una globalizzazione economica sempre più selvaggia, sorretta dall’egemonia del prodotto interno lordo e della crescita ad ogni costo, a dispetto di ecologia, diritti, salute, beni comuni. Ma l’originalità della testimonianza risiede non tanto nella sua pars denstruens quanto nella capacità propositiva, nell’elaborazione di una prospettiva etica in grado di avocare a sé e conferire un insieme logico a molte pratiche positive già in atto anche in Italia, la cui estensione può dilatarne gli esiti sino a definire un nuovo modello di crescita, nel rispetto dell’etica e della giustizia sociale.

La strategia di uscita da un modello rivelatosi fallimentare e distruttivo si fonda sul dualismo di resistenza e desistenza, tra loro coesistenti in un progetto teso a minimizzare gli effetti negativi del mercato attuando forme di obiezione (di consumo, finanziaria, fiscale) ai prodotti e ai servizi collocati sul mercato da organizzazioni non virtuose. Pratica antica, quella del boicottaggio (la citata Marcia del sale gandhiana, prima ancora la rivolta di Boston contro il the inglese), che qui trova legittimazione nell’assunzione di responsabilità personale e collettiva, nella coerenza tra i propri valori e l’atto quotidiano dell’acquisto.

Il consumo critico, il commercio equo e solidale (si ricorda qui l’esperienza di Altromercato, ma anche i prodotti di catene come Coop Italia), i gruppi di acquisto, le pratiche di car sharing e car pooling, l’economia di condivisione e la gestione collettiva dei beni comuni: pratiche già in uso si sommano a esperienze pilota in un quadro comune di bisogni e finalità fondato sulla ricostruzione di legami sociali e sulla costruzione di un sistema basato su regole e stili di vita coscienti e responsabili.

Il complesso di azioni etiche, pure se estese in futuro, non potranno mutare gli equilibri se non sommandosi a una rivoluzione nel pensiero. Si tratta di rovesciare l’idea di economia pubblica, di inventare forme sostitutive della pressione fiscale sul reddito, instaurare meccanismi di ricavo fondati su parametri differenti. La vera rivoluzione, sostiene l’autore, non sarà espugnare il palazzo d’inverno ma organizzare economie di scala, creare i presupposti per la partecipazione, amplificare l’azione volontaria tributandole gli onori e non più solo gli oneri che solitamente si riservano al terzo settore.

Strumenti quali le banche del tempo, le cooperative di costruzione e quelle di comunità, i meccanismi di risparmio e moneta alternativi al sistema bancario e assicurativo (i primi Mag degli anni ottanta, Banca Etica, il credito popolare e il microcredito) sottraggono quotidianamente terreno al mercato e richiamano a uno stile di vita improntato alla sobrietà e alla consapevolezza. Più ancora, pratiche consimili si fondano sul denominatore comune del raggiungimento non tanto del benessere, ma del benvivere, mutuando il termine dal vocabolario delle popolazioni andine.

Siamo lontani dall’idea di decrescita, anzi si ragiona su come si possa orientare la crescita non vivendola quale dogma produttivo, ma conferendo nuova linfa alla sua idea sottraendola al mercato attraverso forme di autogestione, auto-organizzazione e auto-produzione. Una dimensione pienamente cooperativa e solidale, ben lontana dall’utopia.

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